Pensavate fossimo morti tutti? e invece no.
E a proposito di morte, il momento musicale di questa settimana (che poi è di quella scorsa) è dedicato a “Cemetary Gates” dei Pantera, una canzone che mi sta particolarmente a cuore, ma vai a sapere perché. Forse perché è tormentata, è cupa, è realistica, e io ho una passione per le cause perse. O forse perché ha molte chiavi di lettura, molte interpretazioni. Riporto un intervento che scrissi tempo fa su un altro blog.
Un io torturato si aggira nella morte, la sua vita sfregiata dalla morte “di lei”.
E di volta in volta, ad emergere, sarà una richiesta, come una supplica disperata al proprio accusatore.
Sarà il sentimento di inutilità.
Sarà il vuoto rimasto nella psiche.
Sarà lo sdegno per l’incomprensione.
Sarà il ricordo dell’amore promesso e non realizzato.
Sarà l’immagine di un volto nella pioggia…
E poi il rosso dell’ira che tinge i pensieri, le maledizioni lanciate al fato e al destino, e la ribellione rabbiosa contro ogni tradimento; l’indecenza del furto della giovinezza stessa, dell’innocenza che, sparita, lascia spazio solo allo stingersi dell’amore nelle fiamme, e nell’orgoglio, che impedì di piangere quando Lei morì. E la memoria continua a mostrare impietosa la vita passata.
“Ma a volte, quando sono solo,
Mi chiedo ad alta voce
Se mi stai guardando dall’alto,
Da qualche luogo lontano.
Devo capovolgere la mia vita:
Non posso vivere nel passato,
Perciò lascia libera la mia anima,
Appartienimi, finalmente!”
E ancora il rimpianto bruciante di aver perso un bene prezioso per noncuranza, e il rimpianto di un mondo scivolato via in mezzo a dita distratte, e quello di un pianto dimenticato, di un dolore inutile; e la sensazione di incompiutezza, nonostante i ricordi, solidi come roccia.
E forse, come un sogno fallace, un amore che oltrepassa i Cancelli del Cimitero.
E grida stridenti.
Lascio a voi decidere se è dedicata a un padre, a una madre, a un fratello o sorella, o a un amante. Per questo amo questa canzone.