Subito l’immane apertura si richiuse, lasciandomi in un oscurità neppure immaginabile fuori da quel luogo. Eppure in essa, grazie al mio sangue divino, iniziai a distinguere ciò che mi circondava. Sempre più chiaramente, vidi tutt’attorno a me ombre e parvenze di uomini che furono, simulacri di corpi, poco più palpabili del vento, come fumo di un focolare aggrovigliato da refoli di vento che si dirigeva, in una corrente compatta, in profondità.
Io mi posi al seguito di quel tessuto, filo bianco in una stoffa nera, finché giunsi sulla riva di una palude sconfinata, dove mi fermai. Le anime continuavano a scorrere, oltrepassando la palude, galleggiando su di essa come cenere. Vidi arrivare, sospingendo faticosamente una barca piatta sopra l’acqua stagnante, un vecchio canuto e coperto di rughe, vestito solo di una lunga e lacera tunica, vigoroso e sicuro di sé.
«Chi sei?» chiese con voce tonante, fissando su di me gli occhi arrossati da un’eterna insonnia.
«Non sono altro che un supplice, » risposi, «mandato da Amore.»
«Non sarà il tuo dio smidollato e incostante a garantirti l’accesso alla corte ultima, e neppure il tuo sangue divino.»
Allora cominciai a cantare, a piangere il mio viaggio disperato, accompagnato solo dai gorgoglii della torba. E vidi l’espressione severa del vecchio diventare pietosa. Si accostò alla riva e mi permise di salire sulla sua barca. Mi portò oltre la palude ad una baia, dove l’acqua scorreva pulita, e la riva era sabbiosa.
«Prosegui.» mi disse fiocamente.
Io scesi dalla barca e iniziai ad avanzare su quella spiaggia. Poco oltre il sentiero saliva, procedendo in una cengia rocciosa, tesa sopra di una distesa fangosa. Sotto di me vedevo tante e tali creature e orrori che ancora oggi non riesco a paragonarli a nulla, se non al rumore del legno di una cetra squarciato in due parti. E insieme a loro c’erano le genti infelici, condannate a pene eterne. Alla fine di quel sentiero trovai un grande palazzo, completamente nero, un pozzo di oscurità nel mondo senza luce, adorno di mostruose figure.
Entrai, e mi trovai in una sala di cui faticavo a scorgere le pareti, sovrastato da una lunghissima scalinata, in cima alla quale sedevano un uomo e una donna, che mi parvero quasi uguali ai ricordi che avevo di mio padre, delle visioni di sé che a volte mi donava.
Il sovrano di quel regno infelice chiese, senza fretta: «Che cosa vieni a implorare da noi, mortale?»
«Una grazia, sire. Per colei che si era promessa a me.»
«E perché dovremmo concedergliela?»
Io chiusi gli occhi e trassi un profondo respiro, sperando di poter abbandonare per qualche istante la mia mortalità, e di potermi produrre in un canto degno del mio padre divino.
E cantai.
Cantai la bellezza del mondo visto dagli occhi di un bambino, di un ragazzo e di un uomo. E cantai lei, più bella di tutte le cose belle, degna figlia della natura, discendente quasi all’altezza della sua più grande cugina, che in quel momento contemplavo.
E cantai della sua morte, ignobile furto perpetrato da una vipera alla temporanea dimora del genere umano, e del mio viaggio. Tessei con la mia voce la vivida immagine degli orrori dell’Inferno, e infine cantai la bellezza di Persefone, la grandezza di Ade, e la mia disperazione.
Terminato il mio canto, osservai speranzoso, io stesso incantato dalla mia musica.
Vidi Ade chiudere gli occhi, e Persefone mi disse: «Torna al tuo mondo, umano, e non ti voltare.»
Pensai freneticamente di protestare, per un istante, poi ritrovai il controllo di me, e m’incamminai verso la superficie, sconfitto quanto obbediente.
E camminando ricominciai il mio canto, e lo ripetei a tutto l’Averno, che tremò, sconvolto, alla mia voce. Tantalo, mezzo affogato, smise di cercare di dissetarsi, e Sisifo lascio rotolare il suo masso giù dalla collina su cui si trovava, e sedette incantato sulla cima di essa. E vidi le Gentili, le Erinni, zittirsi e piangere le mie disgrazie, a immagine delle ninfe che già avevano pianto la mia amata. Ma io non mi rallegrai di nulla di tutto ciò, concentrato nel cantare il mio pianto.
Esso continuò, mentre tornavo alla spiaggia, mentre venivo silenziosamente accompagnato dal vecchio all’ingresso di quel luogo di tormenti, e mentre risalivo la grotta fino alla porta; ancora cantando spinsi la porta, e solo allora il mio canto si interruppe. La porta era immensamente grande e pesante, e come tale non si era mossa. La spinsi e la tirai, la colpii e la scossi, ma non sortii alcuna reazione: la porta era testardamente chiusa.
Sulla soglia della pazzia, sentii la voce di mio padre: «Compiendo questo atto così innaturale, disobbediresti agli dei, ma essi mai furono clementi.»
Io scelsi ciò che mi sembrava il male minore: disubbidii, voltandomi, e sentii il mio cuore smettere di battere.
Davanti a me c’era la mia amata, la mia promessa sposa con uno sguardo disperato sul volto, esatto riflesso del mio.
La vidi scolorire, diventare un ombra, e mi gettai verso di lei.
E vidi le mie mani attraversare le sue braccia, e di nuovo cercai di afferrarla, e di nuovo mi vidi attraversarla come fumo, e ancora una volta allungai le braccia verso le sue, e ancora una volta vidi le mie dita svanire nelle sue, ma non mi arresi: strinsi gli occhi e chiusi disperatamente le mani attorno a dove sapevo essere le sue, candide, e finalmente le sentii. E insieme sentii quelle mani, sotto le cui carezze tante volte avevo tremato, stringersi attorno alle mie braccia, e sentii le sue rosee unghie scavare nella mia carne.
Iniziai ad indietreggiare, urlando di dolore e disperazione, con gli occhi ancora chiusi, lottando contro la forza che trascinava verso il basso la mia amata. Sentii le mie spalle appoggiarsi alla porta, che si schiuse lentamente sotto la mia delicata pressione.
Feci un passo all’esterno, e fui immediatamente ritrascinato dentro dal peso della mia metà. Sentii sotto i miei piedi una sporgenza nella roccia nuda, e vi spinsi contro, aggrappandomi alla speranza che mi offriva con tutte le mie forze, ma ciò che ci trascinava dentro non sembrava essere disturbato dai miei sforzi.
Così lei iniziò a scivolare via dalla mia stretta, scavando solchi sanguinanti dai miei gomiti a polsi. Sentii il dolore crescere fino a stordirmi, e il mio urlo crescere fino ad assordarmi. Sentendo solo più le sue dita tra le mie aprii gli occhi, e la luce dell’alba mi mostrò il suo volto per un istante, prima che svanisse per sempre da ogni occhio.
Così caddi a terra, svenuto, e lì mi trovaste voi.
Questa è la storia del marchio delle mie braccia, che tanto vi stupiva, e allo stesso tempo la mia. L’Inferno non è che un luogo di scelte tra male e peggio, e tra peggio e peggiore. Al suo interno avrei potuto avere tutto, ma non ne avrei potuto godere. E appena sono uscito ho perso tutto ciò che vi avevo trovato, e insieme una parte di me. Poter chiedere a Dite di restituirmi la moglie non è stata una benedizione, ma solo un volgare inganno del mio sangue misto e malato.
Ora è tempo che io concluda la mia canzone, e mi ritiri per sempre dal palcoscenico con un suono di saluto che mi si addica, un pianto.”
Così si concluse il più grande canto del cantore più grande, e, spezzata dalle pietose lame di Dioniso, si concluse la sua vita, armoniosa in ogni istante; canto solitario, alla fine come all’inizio.